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La recensione. Un horror tra folklore irlandese e commedia nera che convince solo a metà

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Con questo horror soprannaturale Damian McCarthy confeziona un’opera che mescola suggestioni gotiche, humour nero e momenti di autentica tensione affidando il ruolo principale a un sorprendente Adam Scott. L’attore, lontano dai personaggi più ironici e rassicuranti a cui ha abituato il pubblico, interpreta qui un uomo profondamente segnato dal dolore, cinico e volutamente difficile da sopportare.

Il protagonista è Ohm uno scrittore americano di successo che attraversa una crisi personale e creativa. Il finale spietatamente nichilista del suo ultimo romanzo sembra essere il riflesso di una vita ormai svuotata di speranza. Solo, sempre più dipendente dall’alcol e incapace di elaborare un trauma che continua a perseguitarlo decide di intraprendere un viaggio dal forte valore simbolico: riportare le ceneri dei genitori in Irlanda per disperderle nel luogo dove almeno ai suoi occhi, i genitori avevano conosciuto la felicità.

La destinazione è un vecchio albergo immerso nella campagna irlandese, un edificio decadente che conserva il fascino malinconico dei luoghi sospesi nel tempo. È lo stesso hotel dove i genitori di Ohm trascorsero la luna di miele ma il ritorno alle origini si trasforma ben presto in un’esperienza inquietante. Ad accoglierlo c’è il cadavere di una capra nel parcheggio un dettaglio tanto grottesco quanto emblematico del tono del film. La spiegazione fornita dal personale è surreale: l’animale era stato abbattuto perché aveva la curiosa abitudine di arrampicarsi sulle automobili degli ospiti per specchiarsi nella carrozzeria finendo poi col rigare le auto.

L’atmosfera diventa progressivamente più strana. Ohm con il suo carattere arrogante e il continuo sarcasmo entra immediatamente in conflitto con chi lavora nell’albergo. L’unica eccezione è Fiona, interpretata da Florence Ordesh, la barista, che pur restando indifferente alla fama dello scrittore coglie subito la fragilità nascosta dietro il suo atteggiamento ostile.

Quando il protagonista chiede di visitare la suite dove soggiornarono i suoi genitori, scopre che la stanza è sigillata. La motivazione è tanto assurda quanto affascinante: secondo la leggenda al suo interno sarebbe imprigionata una strega vecchia di quattro secoli. Da questo momento il film si addentra sempre più nel territorio del folklore irlandese intrecciando superstizione, mistero e apparizioni soprannaturali.

A rendere ancora più bizzarro il racconto contribuisce Jerry, interpretato da David Wilmot, un eccentrico eremita che vive in un furgone nei boschi circostanti. Il personaggio regala alcuni dei momenti più divertenti grazie ai suoi improbabili frullati a base di funghi allucinogeni capaci di trascinare la narrazione verso parentesi psichedeliche che spezzano la tensione con un umorismo decisamente sopra le righe.

Dal punto di vista visivo McCarthy conferma una notevole sensibilità nella costruzione dell’atmosfera. La fotografia sfrutta sapientemente luci e ombre, mentre gli ambienti dell’albergo diventano un vero e proprio personaggio alimentando un costante senso di inquietudine. Anche i jump scare sono realizzati con mestiere e riescono spesso a sorprendere senza apparire gratuiti anche se a volte aspettati.

È sul piano della scrittura però che il film mostra i suoi limiti più evidenti. La sceneggiatura accumula numerosi elementi come investigazione, folklore, horror gotico, trauma psicologico e simbolismo senza riuscire a integrarli in maniera davvero organica. La prima parte sembra promettere un mistero, mentre la seconda abbraccia con decisione il soprannaturale ma il passaggio tra le due anime del racconto non trova mai un equilibrio convincente.

Molte delle idee introdotte rimangono inoltre prive di un reale sviluppo. Il blocco creativo dello scrittore appare più come un espediente narrativo che come un elemento realmente indispensabile alla vicenda mentre la figura della strega pur essendo il fulcro delle sequenze più tese resta avvolta da un’aura di mistero che finisce per risultare incompleta più che affascinante. Il film evita deliberatamente di approfondirne l’origine e il legame con l’hotel o le ragioni della sua presenza nella suite nuziale, lasciando interrogativi che non trovano una risposta soddisfacente.

Anche la caratterizzazione dei personaggi contribuisce solo in parte al coinvolgimento emotivo. Ohm è un protagonista volutamente respingente: Adam Scott lo interpreta con grande convinzione costruendo un uomo freddo, misantropo e incapace di instaurare qualsiasi rapporto umano. Una scelta coerente con il racconto ma che rende difficile sviluppare empatia nei suoi confronti. I personaggi secondari, salvo qualche eccezione, rimangono invece poco approfonditi e finiscono per orbitare attorno alla storia senza lasciare un segno significativo.

Infine il trauma che sorregge l’intera costruzione narrativa progressivamente svelato nel corso della vicenda, si rivela meno incisivo del previsto. Più che aggiungere profondità al racconto finisce per rendere alcuni sviluppi facilmente intuibili privando il finale dell’impatto emotivo che avrebbe potuto raggiungere.

Nel complesso il film è un horror ricco di atmosfera e di intuizioni interessanti capace di alternare momenti di autentica tensione a un umorismo macabro ben dosato, non mancano gli elementi classici dell’horror. Tuttavia l’ambizione di fondere generi e registri differenti supera la solidità della sceneggiatura lasciando la sensazione di un’opera visivamente affascinante ma narrativamente meno incisiva di quanto le sue premesse lasciassero immaginare. Un horror estivo, non su di una casa ma su una stanza stregata, che nel complesso scorre via bene con il suo ritmo un pò più lento, lasciando lo spettatore con domande irrisolte ma che forse nel finale riesce ad instillare il dubbio dell’apertura a ciò che non si riesce a vedere realmente.

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