Intervista a Federico Zampaglione

The Nameless Ballad, il nuovo horror del regista, cantautore e frontman dei Tiromancino

0

C’è una canzone che non dovrebbe essere ascoltata. Sam Gallo, giovane musicista in crisi creativa e schiacciato dalla dipendenza dai farmaci, lo scopre a sue spese quando si rifugia in una villa isolata nella campagna italiana in cerca di ispirazione. Quello che trova invece sono presenze oscure che si nutrono delle sue paure e del suo bisogno disperato di creare.

È il punto di partenza di The Nameless Ballad, il nuovo horror di Federico Zampaglione, regista, cantautore e frontman dei Tiromancino, che torna dietro la macchina da presa dopo The Well, venduto in 104 Paesi. Dopo la prima mondiale con la sala esaurita al Tubi FrightFest di Londra, il film arriverà al Lucca Comics & Games il 31 ottobre prima dell’uscita nelle sale italiane il 5 novembre.

Ma prima di entrare in sala, abbiamo voluto entrare nella testa di chi l’ha pensato. In questa intervista Zampaglione ci porta dietro le quinte del film: il rapporto tra musica e orrore, il peso personale di una storia che sembra nata da esperienze vissute, la scrittura a quattro mani con Barbara Baraldi, il lavoro con un cast internazionale e il confronto tra il pubblico inglese e quello italiano. Non mancherà una domanda più leggera, per scoprire quale melodia non riesce proprio a togliersi dalla testa.

Musica e orrore: Il protagonista, Sam Gallo, è un musicista in crisi creativa e la sua stessa ispirazione diventa il tramite per le presenze oscure. Lei è anche cantautore e leader dei Tiromancino: quanto c’è di personale in questa storia? E come ha lavorato sul suono e sulla melodia, che nel film è quasi un personaggio a sé?

La musica per me è stata ed è tuttora la mia vita. Ho iniziato giovanissimo e in questo viaggio così lungo ho vissuto un po’ tutte le sfumature possibili, dalla gavetta all’arrivo del successo, alla gestione di un grande successo che ti prende alla sprovvista, a tutte le aspettative, a momenti di down in cui le cose invece andavano male, a momenti in cui le cose ricominciavano a girare. Ho conosciuto tante persone, ho vissuto tante cose belle e brutte. E quindi è ovvio che facendo un film su un musicista, molte di queste tensioni, di questi pensieri, di queste aspettative, dubbi e gioie, io l’abbia vissuta in prima persona. Non è un campo facile, è un campo che può essere molto crudele che non fa feriti oltretutto. Quindi sì, certo, c’è sicuramente qualcosa di me, c’è una grande parte di me dentro questo film nel bene e nel male.

La musica è stata composta da Andrea Pesce ed è sicuramente al centro di questo film, è come se fosse appunto un attore e soprattutto la ballata, che viene interpretata da lui, è un attore a tutti gli effetti. Quando la ascolti ti porta quell’inquietudine che ti può portare un volto spettrale o che ti possono portare delle ombre. Quindi il ruolo della musica, già dal titolo, è importantissimo in questo film. Seppur poi la musica si confonde con la vita, è anche un po’ il suono del nostro lato interiore che viene fuori.

Il cast internazionale: Accanto a Giglia Marra e a un cast di interpreti italiani c’è Jamie Ward, noto per The Gentlemen. Com’è stato dirigere attori di provenienze e scuole diverse in un film così claustrofobico, dove la tensione passa soprattutto dai volti e dalla presenza fisica? C’è una scena in cui ha sentito che l’interpretazione ha superato ciò che aveva immaginato in sceneggiatura?

Un mix di culture, provenienze, approcci, scuole e metodi diversi è sempre molto interessante perché attori che provengono da luoghi diversi si devono unire in un unico racconto e questo a volte genera delle sfumature, delle tensioni, dei momenti anche di difficoltà nel comunicare tra di loro che poi rendono molto bene sullo schermo e che se li sai utilizzare, contribuiscono sicuramente a mettere una certa ansia.

Soprattutto per l’attore che si ritrova in Italia e non conosce niente di quel luogo, di quelle usanze e comunque noti la sua intenzione ad abituarsi a un ambiente che non conosce e al fatto di interagire con persone che sono italiane lo mette ancora più alla prova, lo mette ancora più sotto pressione e viceversa. Quindi io la uso molto questa cosa per creare quello strano tessuto, un po’ di alienante che a volte c’è nei film che faccio, nei rapporti, nelle cose.

Una scena che mi ha particolarmente colpito mentre la stavo girando, più di quanto non fosse sulla sceneggiatura, è stato il finale che, non voglio ovviamente spoilerare, però quello è un finale che conosco da vicino e quindi ho avuto delle grosse difficoltà, mi sono anche dovuto fermare a un certo punto perché stavo piangendo.

La scrittura con Barbara Baraldi: Ha cosceneggiato il film con Barbara Baraldi, voce di spicco dell’horror italiano e curatrice di Dylan Dog. Com’è nata la collaborazione e cosa ha portato la sua sensibilità alla storia? C’è stato un momento in cui avete dovuto scegliere tra suggerire e mostrare?

Io e Barbara Baratti siamo due fratelli di sangue, come ci piace chiamarci. Abbiamo una profonda passione verso tutto ciò che è horror, verso tutto ciò che è dark, che è oscuro. E quindi questi nostri dark side si sono amati e uniti sin dal primo incontro.

La conosco da prima che andasse a Dylan Dog, la conosco e la amo come scrittrice ed è una persona unica con la quale lavorare è meraviglioso. Il suo apporto nella scrittura è stato molto importante perché ha dato veramente quel qualcosa in più che sentivo che fino adesso forse non avevo avuto mai. Una persona completamente compenetrata in certe atmosfere, con la quale è un piacere scrivere

Abbiamo a volte mostrato, altre volte abbiamo suggerito, però eravamo sempre molto allineati e quindi quando si creano quelle magie, come se uno completasse l’altro… eravamo sempre sulla stessa pagina, non ricordo mai di momenti di particolare scontro, è venuto tutto molto naturale come quelle canzoni che quasi nascono da sole che non devi troppo cercare il testo o gli accordi e quindi siamo andati avanti in questa ballata a quattro mani, che infatti in qualche modo è anche rappresentata nel film a un certo punto. Grande Barbara.

Un horror italiano per il pubblico internazionale: Dopo il successo di The Well, venduto in 104 Paesi, e la prima mondiale al FrightFest di Londra, con un cast che mescola interpreti italiani e internazionali, come si trova la giusta misura tra identità italiana e linguaggio universale? Che differenze ha notato tra la reazione del pubblico inglese e quella che si aspetta dal pubblico di Lucca e Ravenna?

Noi italiani rispetto a altri paesi abbiamo una certa visceralità, comunque cerchiamo sempre di metterci dentro un lato passionale nelle cose che facciamo, in qualche modo questa passione poi arriva, perché arriva all’estero e loro sentono proprio questo che fa la differenza tra i loro film e quelli italiani, sentono quella follia che abbiamo noi in Italia, quell’imprevedibilità e quella passione, il fatto di mettere comunque il cuore anche dentro alle cose più nere.

A Londra c’è stata una bella reazione, molto buona e non so che reazione ci sarà negli altri festival, ma io non mi aspetto più nulla, poi se tutto va bene sono felicissimo ovviamente, però ho tolto le aspettative della mia vita perché molto spesso le cose a cui tenevo di più e avevo fatto grandi aspettative sono andate male, magari cose che non mi aspettavo per niente sono andate bene.

Quando è uscito The Well, la sera che è uscito, perché c’erano solo spettacoli serali, ricordo ancora che io suonavo a Viareggio, ero nella camera d’albergo, mi hanno chiamato per dire ti aspettiamo sul palco, ho spento il telefono e ho salutato il film, ho detto ciao film mio, è finita. Nel senso che era il primo di agosto, con un caldo infernale, pochissime copie e solo spettacoli notturni, quindi sono salito sul palco dicendo il film è finito, non c’è più un futuro stasera finisce il suo percorso. Poi ricordo che sceso dal palco ho riacceso il telefono e ho cominciato a ricevere i messaggi, quelli proprio a nastro, ting ting e su tutti questi messaggi, il distributore di allora era Cat People, avevano messo tutti gli screenshot delle piantine dei cinema che proiettavano The Well ed erano praticamente tutti pieni e mi ritrovai con queste piantine di notte a non capire che ca**o era successo. Ecco, questo per fare capire perchè cerco di fare le cose che mi piacciono, che mi rappresentano e poi, se arriva qualcosa dal pubblico lo considero sempre un regalo, un dono, ma non parto mai dalle aspettative, non parto più da quello l’ho fatto in passato, le aspettative. Quindi lascio che a un certo punto le cose vadano un po’ come devono andare ed è così anche con questo film. È un film che potrebbe piacere, potrebbe andare bene, è un film che potrebbe andare male, per gli stessi motivi probabilmente.

La musica: Il film si chiude con lo slogan “Ti entra nella testa!”: qual è la canzone che le è rimasta più in testa durante le riprese, e c’è un brano, magari proprio uno dei suoi, che oggi non riuscirebbe più ad ascoltare da solo in una casa isolata, di notte?

Ti entra nella testa è quella musica che non si accontenta di entrare nelle orecchie, ma entra per restare e per confondersi con i tuoi pensieri, con i tuoi dubbi, con le tue speranze, diventa parte di tutto quello, così come succede nel film. Anch’io quando ho finito queste riprese, avevo questa musica perennemente nella testa e non me la riuscivo a togliere. E questa cosa non nascondo che a tratti mi ha anche disturbato, mi ha fatto dormire male perché risentivo sempre queste note di pianoforte che risuonavano dentro la mia testa.

Il confronto e il sentimento: Nel film c’è un confronto molto forte tra Sam e Tania sul brano “Memories”, la canzone che lo ha reso famoso e che per lei è un dolore quotidiano. Quella scena sembra dire che trasformare un sentimento privato in un successo pubblico ha un costo per chi ci sta intorno. Da musicista, ha vissuto qualcosa di simile? E quanto di quel dialogo è nato dalla sua esperienza?

Quella è una scena che ti fa capire anche la difficoltà, a volte la forma strana che le cose possono prendere. Sam ha scritto quella canzone per una relazione precedente a quella di Tania. La scritta, dopo che questa relazione precedente si era interrotta per un tradimento da parte di questa sua ex, e lui ha scritto la canzone che l’ha reso famoso e quello che mi fa impazzire Tania è “ma perché una che ti ha tradito tu hai scritto qualcosa per lei che ti è uscito dal cuore e per me che ti sto vicino tutti i giorni non scrivi niente, non ti viene l’ispirazione e non fai altro che ripetere che non hai nuove idee, nuove canzoni, allora forse io non ti provo con nulla”.

E questa è una situazione scomoda perché in effetti a volte le canzoni nascono dal dolore, nascono dalle cose che ti fanno male, ma è difficile da far capire, ad esempio a una persona, un concetto del genere che ti isola ancora di più perché ti fa sentire quasi in colpa dei tuoi sentimenti e ti mette di fronte al fatto che una cosa bella che ha avuto successo, l’hai scritta per una situazione andata malissimo e non sei in grado di fare altrettanto con qualcosa che invece magari ti sta vicino, con qualcuno che ti ama.

Quindi c’è un’irrazionalità e Sam lo dice che le canzoni non si scrivono per chi se le merita. Ed è un po’ anche questo che lo fa crollare ancora di più, perché un pensiero del genere è difficile da condividere, è difficile da spiegare. È successo anche a me una cosa molto simile quindi conosco bene quella tensione che si crea e quel senso di impotenza che tu hai, perché non decidi quando scrivere e perché scrivere.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Exit mobile version