Dalla ghisa al cinema: la bellezza del macabro nel Frankenstein di Guillermo del Toro, tutto questo trova una nota di storia, di un metodo di sepoltura dei propri cari che era riservato a pochi: le Fisk Burial Case.
Chi ha visto il film di Guillermo del Toro ricorderà infatti che ad un certo punto nei flashback del racconto della propria vita di Victor Frankenstein, si arriva al momento del funerale della madre, adagiata in una strana bara bianca, che sembra essere di avorio foderata da velluto rosso, dalla quale fuoriesce solo il viso della donna per poi coprirlo con una sorta di maschera a sigillare il tutto prima della sepoltura. Non si tratta di un semplice vezzo scenico per dare più enfasi ad un momento triste e toccante ma bensì di un metodo si sepoltura dei cari che adottava le cosiddette Fisk Burial Case, ovvero bare mortuarie che permettevano di continuare ad osservare il viso del defunto anche grazie a vetri posizionati sul coperchio proprio in prossimità del volto.

A metà dell’Ottocento, negli Stati Uniti, la morte cominciò a intrecciarsi con la modernità. Era l’epoca delle ferrovie, dei telegrafi e delle prime grandi città industriali: tutto si muoveva più in fretta e persino il modo di morire o meglio di essere sepolti iniziava a cambiare.
In questo contesto nacque uno degli oggetti più curiosi e affascinanti della cultura funeraria americana: la Fisk Metallic Burial Case, una bara in ghisa brevettata nel 1848 che prometteva di conservare il corpo del defunto in perfetto stato, quasi come una capsula del tempo.
Almond D. Fisk, un imprenditore di New York, perse il fratello nel 1844. Il corpo doveva essere trasportato per centinaia di chilometri fino a casa, ma non esistevano contenitori sicuri o igienici per un viaggio così lungo. Da qui nacque l’idea: una bara ermetica in metallo, capace di impedire la decomposizione e, al tempo stesso, di proteggere il corpo da urti e infiltrazioni. Nel 1848 Fisk brevettò ufficialmente il suo progetto, descritto come an air-tight coffin of cast or raised metal. Una bara che somiglia più a un sarcofago egizio che a una bara moderna. Realizzata in ghisa e modellata seguendo la forma del corpo, aveva spesso una finestra di vetro sulla parte superiore del volto, così che familiari e amici potessero vedere il defunto prima della sepoltura. Il metallo, pesante e freddo le conferiva un’aria solenne quasi monumentale.
Ma non era solo una questione estetica: il vero punto di forza era il sigillo ermetico ottenuto grazie a un sistema di bulloni e guarnizioni che isolavano completamente l’interno. In alcuni casi l’interno veniva addirittura riempito con gas o liquidi conservanti. L’obiettivo era ambizioso, ovvero fermare la decomposizione cosa che per l’epoca sembrava quasi magia.
Per capire il successo di questa invenzione bisogna entrare nella mentalità dell’Ottocento. L’America era in piena espansione e sempre più persone morivano lontano da casa magari durante un viaggio, una guerra o per lavori particolarmente pericolosi. La Fisk Case permetteva di riportare i corpi alle famiglie in buone condizioni evitando l’odore e i rischi igienici. Ma c’era anche un altro elemento: lo status sociale. Infatti se una semplice bara di legno costava pochi dollari una Fisk Metallic Burial Case poteva superare i cento. Avere un funerale con una bara di ferro significava essere qualcuno: era un simbolo di prestigio, di modernità. In un’epoca in cui la morte era ancora un momento pubblico e rituale la Fisk Case rappresentava una dichiarazione visibile di rispetto e ricchezza. Ma soprattutto per proteggere le salme dal furto.
Infatti nella prima metà dell’Ottocento le scuole di medicina avevano bisogno di corpi per lo studio anatomico e i cimiteri venivano spesso visitati da ladri di cadaveri. Le cronache dell’epoca raccontano di famiglie che montavano guardie notturne accanto alle tombe per settimane. Una bara di ferro sigillata e pesante era il deterrente perfetto, nessuno avrebbe potuto aprirla facilmente o portarla via di nascosto.
Nella realtà però le cose non erano cosi semplici come venivano descritte. Costosa, pesante e difficile da produrre in serie rimase un lusso per pochi ed anche le sue promesse di preservazione eterna si rivelarono esagerate: l’umidità e la ruggine finivano comunque per penetrare all’interno compromettendo i resti. Negli anni successivi con l’arrivo ed il perfezionamento delle tecniche di imbalsamazione più economiche e pratiche, rese superflue le bare in ghisa. Lentamente le Fisk Case scomparvero dai cataloghi dei fabbricanti di cofani diventando oggetti rari ricercati oggi da collezionisti e storici.
In Missouri, in Virginia e in altre zone degli Stati Uniti gli archeologi hanno trovato Fisk Cases ancora integre con corpi perfettamente riconoscibili grazie al sigillo metallico. Uno dei casi più noti è quello di una donna afroamericana del XIX secolo ritrovata a Washington in una Fisk Case sorprendentemente ben conservata: i suoi vestiti, i capelli e persino la pelle erano rimasti intatti per oltre un secolo. Oggi, questi ritrovamenti aiutano gli studiosi a comprendere meglio non solo la tecnologia funeraria del tempo ma anche la vita e la società di chi vi era sepolto.
Oggi le Fisk Metallic Burial Case sopravvivono nei musei e nei documentari come simboli di un’epoca di grandi contraddizioni: un periodo in cui la fede nella scienza conviveva con la paura della morte e in cui la tecnologia veniva chiamata a combattere. Guardando una di queste bare di ferro si ha la sensazione di osservare l’inizio di qualcosa: l’idea che persino la morte potesse essere gestita, controllata e messa in sicurezza. Un sogno che in fondo continua ancora oggi ma con strumenti diversi, basti pensare alle tecniche ed agli studi nel campo dell’ibernazione umana.

