La fine di Oak Street

La recensione

Una domenica di primavera qualunque negli anni ottanta a Oak Street prati tagliati alla perfezione, feste tra vicini e quella quiete borghese che nasconde sempre qualcosa sotto la superficie. Qui vive la famiglia Platt, Denise interpretata da Anne Hathaway prova a scrivere il romanzo della sua vita mentre affoga la frustrazione di un’esistenza troppo piatta. Il marito Greg è Ewan McGregor ha messo da parte ogni ambizione giovanile e consegna pizze per arrivare a fine mese. I figli adolescenti Audrey e Brian guardano tutto da lontano rassegnati davanti alla lenta rottura del matrimonio dei genitori.

Poi arriva l’imprevedibile una notte di temporale una luce accecante squarcia le finestre del quartiere. Nessuno se ne accorge subito ma nel giro di poche ore l’intero isolato di Oak Street viene strappato dal proprio tempo e scaraventato milioni di anni indietro.

La mattina dopo la scoperta tra le villette a schiera spuntano creature primordiali affamate, velociraptor a caccia e mostri acquatici che scelgono le piscine private come nuovo territorio di caccia. Le liti tra vicini per il confine del prato diventano improvvisamente ridicole perché ora l’unica regola per sopravvivere è restare uniti.

David Robert Mitchell dirige con mano sicura e si sente forte anche l’impronta produttiva di J.J. Abrams. Il risultato è un grande luna park pop pieno di citazioni e omaggi soprattutto a Spielberg da cacciare come easter egg mentre si segue un’avventura leggera e scanzonata. La prima mezz’ora gioca tutta sulla tensione crescente un’attesa quasi immobile che presagisce il disastro. Poi arrivano i mostri e il film cambia marcia diventando un nuovo Jurassic Park a tutta adrenalina ambientato in periferia.

Il divorzio tra Greg e Denise era già nell’aria prima che tutto precipitasse i litigi continui hanno logorato Audrey e Brian già provati per conto loro. Greg fugge dai conflitti e il suo lavoro instabile non aiuta Denise pragmatica e con sogni soffocati fatica a reggere il peso della famiglia. Persino il cane Starbuck finisce vittima delle tensioni di quartiere. I genitori sono così persi nei propri problemi da non accorgersi che anche i figli portano il proprio fardello.

Mitchell che dedica il film al padre scomparso dimostra di conoscere bene la lezione dei film Amblin anni ottanta. Si vede nella cura della ricostruzione storica e in un mix di toni in particolare Denise che ride davanti all’accoppiamento di erbivori in una scena e resta quasi paralizzata dallo shock davanti a una morte brutale poco dopo. Il quartiere di Flowervale viene devastato pezzo dopo pezzo costringendo i Platt a disperdersi tra gli isolati per sfuggire agli attacchi ma il regista non esagera mai con la violenza esplicita e resta pur sempre un film per famiglie anche se pensato per i ragazzi più grandi. Attenzione agli amanti dei gatti perché qui i felini domestici diventano facili spuntini per i dinosauri.

Sul fronte creature Industrial Light & Magic dà vita a una varietà impressionante di dinosauri con dettagli curatissimi restando fedele alle ricostruzioni storiche più recenti, raptor piumati, titanoboa mostruosi e sauropodi ricoperti di pelo. Mitchell riesce a renderli spaventosi e feroci senza mai perdere di vista il lato quasi ludico dell’invasione dinosauresca in periferia.

Il vero ostacolo però resta la famiglia stessa a volte la sceneggiatura piega la logica pur di spingere i Platt avanti nel viaggio, ogni personaggio ha un arco narrativo solido ma insieme commettono errori quasi solo per finire nei guai e regalare la scarica di adrenalina di turno. Il finale risulta fin troppo ordinato e rischia di indebolire alcune delle scelte più coraggiose fatte fino a quel momento. Starbuck resta un bravo cane ma soprattutto un espediente narrativo che raramente pesa davvero sul caos generale.

Anne Hathaway domina il cast con una prova fisica inedita per lei e la sua Denise passa dalla frustrazione casalinga al terrore puro con sfumature sopra le righe che accentuano il tono grottesco della storia senza mai scadere nella macchietta. McGregor un perfetto un antieroe per caso che ritrova il proprio ruolo di padre schivando un carnivoro dopo l’altro.

La fine di Oak Street è un classico horror/survival estivo pieno di azione e stile che però non riesce mai davvero a staccarsi dalle sue influenze né dalle convenzioni del genere. I bruschi cambi di tono tra commedia e avventura cupa a tratti stridono quanto le sue incongruenze logiche. Il film però si fa perdonare grazie a un cast convincente sequenze mozzafiato e incontri con i dinosauri davvero terrificanti. Mitchell non arriva sempre all’altezza di Spielberg ma firma comunque un’ora e quaranta di puro divertimento estivo perfetto per affrontare il caldo di agosto al fresco della sala.

Andrea Cardinale
Andrea Cardinale
Designer nel campo della grafica e del video con da sempre la passione per il cinema horror, i film slasher e i cattivi dei film. La serata ideale divano, gatto, cibo e film horror
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