Nel 1951, a poco più di un’ora di strada da Las Vegas nel silenzio secco del deserto del Nevada il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti cominciò a far esplodere bombe nucleari. A logica verrebbe da pensare che l’idea di un fungo atomico all’orizzonte bastasse a tenere lontani i turisti a svuotare i casinò e a spegnere le luci della Strip.
E invece no. Accadde l’esatto contrario.

Prima ancora che la sabbia iniziasse a tremare Las Vegas stava già cambiando pelle. Negli anni ’30 e ’40 si era fatta conoscere come il paradiso americano del gioco d’azzardo ma alla fine della guerra quella definizione iniziava a starle stretta. La Camera di Commercio voleva di più: voleva che la città diventasse la capitale mondiale dell’intrattenimento. E negli anni ’50, in effetti Las Vegas era questo: luci che non dormivano mai, hotel scintillanti, spettacoli esagerati e una promessa non detta di libertà assoluta.
Quando iniziarono i test atomici qualcuno ebbe un’intuizione tanto audace quanto disturbante: perché non trasformare anche la bomba in uno spettacolo?

Pochi giorni dopo la prima esplosione il 27 gennaio 1951 i comunicati stampa parlarono dei poligoni di prova come di una nuova attrazione imperdibile. Gli hotel organizzarono i celebri Dawn Bomb Party: sveglia all’alba, cocktail in mano e tutti sui tetti ad aspettare il lampo nel deserto. C’erano drink dai nomi radioattivi, risate nervose e una strana euforia sospesa tra eccitazione e rimozione.
I calendari delle esplosioni circolavano come programmi di spettacoli. C’era chi prenotava le vacanze in base ai test. Sei anni dopo Hiroshima e Nagasaki mentre il mondo cercava ancora di capire cosa avesse scatenato sulla Strip si vendevano cartoline con funghi atomici e souvenir a tema nucleare. Las Vegas aveva fatto quello che sapeva fare meglio: trasformare l’inquietudine in intrattenimento e la paura in curiosità.

E poi arrivò il lato più surreale di tutti: il glamour atomico.
Durante i test nacquero concorsi di bellezza dedicati alla bomba. Veniva eletta una Miss Atomica, tra costumi da bagno a forma di fungo nucleare e abiti decorati con simboli radioattivi. Ma la mania non si fermò ai palchi. Nei saloni di bellezza si diffuse l’acconciatura atomica, una variante dell’alveare che riproduceva senza troppi pudori la silhouette dell’esplosione. La distruzione trasformata in stile. L’apocalisse pettinata e lucidata.


Col tempo però l’incantesimo iniziò a incrinarsi. La Guerra Fredda si fece più cupa la minaccia sovietica più concreta. E soprattutto gli abitanti del Nevada cominciarono a pagare il prezzo di quello spettacolo: animali ustionati dalle radiazioni, malattie, proteste sempre più difficili da ignorare. Nel 1963 il Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari pose fine ai test in superficie. Il sito del Nevada continuò a vivere sottoterra fino al 1992 ma le mattine in cui si guardava una bomba esplodere sorseggiando un cocktail appartenevano ormai al passato.

Oggi di quell’epoca resta qualche traccia. L’Atomic Liquors uno degli ultimi bar sopravvissuti all’era nucleare serve ancora drink dai nomi ironicamente esplosivi. C’è il National Atomic Testing Museum dove potete rivivere una parte di quell’era di Las Vegas con i suoi oggetti, le foto e le storie che sembrano inventate e invece no. Frammenti di un capitolo assurdo, affascinante e profondamente umano della storia di Las Vegas.







