Backrooms

La recensione

il giovane regista Kane Parsons con Backrooms porta sul grande schermo l’universo inquietante nato dalla sua celebre web serie ispirato ad un creepypasta trasformando un semplice spazio vuoto in un’esperienza psicologica disturbante e ipnotica. Non si tratta del classico horror fatto di jumpscare e mostri in agguato: qui la vera minaccia è la ripetizione, la solitudine e l’incapacità di sfuggire ai propri schemi mentali.

Ambientato in un’atmosfera che richiama il found footage degli anni ’90 il film si apre con immagini sporche e disturbanti che anticipano subito il tono dell’opera. È un’introduzione che suggerisce che chiunque entri nelle Backrooms sia destinato a confrontarsi con qualcosa di molto più profondo della paura.

Al centro della storia troviamo Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, proprietario di un negozio di mobili intrappolato in una quotidianità fatta di rabbia repressa, rimorsi e isolamento emotivo. La sua vita sembra consumarsi in un ciclo continuo di errori e frustrazioni, tanto da spingerlo a intraprendere un percorso terapeutico con la dottoressa Mary Kline, interpretata da Renate Reinsve. Le loro conversazioni ruotano attorno ai comportamenti ripetitivi e alla difficoltà di spezzare le gabbie mentali che costruiamo da soli.

Ed è proprio nel seminterrato del suo negozio che Clark scopre qualcosa di impossibile: pareti che possono essere attraversate e stanze che conducono a uno spazio sconfinato estraneo alle leggi della realtà.

Da quel momento Backrooms abbandona progressivamente la dimensione concreta per trasformarsi in un viaggio esistenziale. Le stanze illuminate da una luce artificiale e opprimente, i corridoi ricoperti di carta da parati gialla e gli ambienti apparentemente banali diventano sempre più alienanti. Parsons riesce a creare tensione quasi esclusivamente attraverso il vuoto e il silenzio: tutto appare familiare ma allo stesso tempo profondamente sbagliato.

I dialoghi insistono apertamente sul tema della ripetizione e dell’intrappolamento psicologico mentre gli elementi scenografici disseminano continui riferimenti simbolici.

Eppure, questa scelta funziona sorprendentemente bene. Kane Parsons dimostra una sicurezza registica per un’opera che si affida di più alla costruzione dell’atmosfera che all’orrore esplicito. La regia accompagna lo spettatore in un crescendo costante di disagio usando transizioni e movimenti di macchina destabilizzanti e spazi che sembrano piegarsi su sé stessi.

Visivamente Backrooms è impressionante. La scenografia riesce a rendere memorabili luoghi apparentemente ordinari trasformando uffici deserti, corridoi anonimi e stanze vuote in paesaggi da incubo. Più la realtà si deforma più il film trova la propria identità regalando alcune sequenze davvero magnetiche.

La narrazione criptica rappresenta però anche il limite principale. Il mistero che rende così potente la prima parte perde parte della sua efficacia quando la sceneggiatura tenta di avvicinarsi a una struttura più convenzionale. L’horror esistenziale delle Backrooms funziona soprattutto quando resta indefinito e incomprensibile e spiegare troppo rischia inevitabilmente di spezzare l’incantesimo.

Anche il finale lascia volutamente molte domande aperte. Alcuni archi narrativi rimangono incompleti e l’epilogo suggerisce che ciò che abbiamo visto rappresenti soltanto una minima parte della mitologia costruita da Parsons. Una scelta che divide il pubblico: affascinante per chi ama i misteri irrisolti, frustrante per chi cercava risposte più concrete.

Nonostante qualche incertezza narrativa nella parte conclusiva, Backrooms resta un debutto estremamente interessante. Kane Parsons conferma di avere un immaginario visivo fortissimo e una notevole capacità di trasformare spazi ordinari in luoghi carichi di ansia e inquietudine.

È un horror che parla delle paure contemporanee usando ambientazioni ambigue e spazi vuoti come metafora della mente umana. Un film freddo, alienante e profondamente disturbante capace di lasciare addosso una sensazione di disagio anche dopo i titoli di coda.

Andrea Cardinale
Andrea Cardinale
Designer nel campo della grafica e del video con da sempre la passione per il cinema horror, i film slasher e i cattivi dei film. La serata ideale divano, gatto, cibo e film horror
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