C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’infanzia che si trasforma in minaccia. Bambole, giocattoli, innocenza corrotta – l’horror lo sa da sempre, e Rod Blackhurst lo sa benissimo. Con DOLLY il regista porta sullo schermo uno dei villain più inquietanti degli ultimi anni: una creatura dalle sembianze di bambola di porcellana che non vuole distruggerti ma adottarti.
Tutto inizia con la promessa di un week-end perfetto. Macy e il suo compagno Chase si avventurano in una zona isolata tra i boschi: lui ha nascosto un anello in tasca, lei non sa ancora niente. Ma quello che doveva essere il momento più bello della loro vita si trasforma in pochi minuti in un incubo senza uscita.

Macy viene rapita da una figura che non sembra umana o almeno, non più. La portano in una casa fatiscente tappezzata di giocattoli polverosi e bambole dal sorriso fisso. Qui regna Dolly: una creatura enorme con una maschera di porcellana crepata e il comportamento di un bambino che ha appena trovato il suo nuovo giocattolo preferito. Solo che il giocattolo sei tu.
DOLLY non urla. Non minaccia. Cammina lentamente, inclina la testa di lato, ti fissa con occhi di vetro. E poi senza preavviso esplode in una violenza brutale che ti lascia senza fiato.
Dietro la maschera di porcellana c’è Max the Impaler wrestler non-binary dalla presenza fisica imponente e quasi irreale. Una scelta di casting che si rivela vincente: Dolly non ha bisogno di parlare per terrorizzare. Comunica attraverso gesti lenti, versi gutturali, movimenti spezzati. Il contrasto tra l’estetica infantile del personaggio e la sua capacità di fare del male è il cuore pulsante del film e la sua fonte di disturbo più autentica.

Rod Blackhurst non vuole fare un horror patinato. Lo dichiara apertamente, e il film lo dimostra ogni minuto. La fotografia è granulosa, quasi sporca, come certe stampe sgranate dei grindhouse degli anni Settanta. Le location sono claustrofobiche e reali. Gli effetti speciali sono pratici, analogici e tangibili.
Il riferimento dichiarato è The Texas Chain Saw Massacre, stesso isolamento, stessa brutalità improvvisa, stesso senso di essere intrappolati in un mondo che non obbedisce a nessuna regola umana. DOLLY però aggiunge una dimensione psicologica che Tobe Hooper lasciava in secondo piano: il rapporto tra predatore e preda qui è infantilizzato e questo lo rende ancora più perturbante.
Dolly non nasce dal nulla. Nel 2022 Blackhurst aveva già esplorato questo universo con Babygirl, un cortometraggio che aveva fatto rumore nei circuiti del cinema indipendente. Il successo di quel lavoro ha spinto il regista ad ampliare la storia in un lungometraggio mantenendo intatta l’estetica artigianale e l’approccio low-budget che ne costituivano il fascino principale.
Le prime reazioni dopo l’uscita nelle sale americane, il 6 marzo 2026, raccontano di uno di quei film capaci di spaccare in due qualunque sala proiezione. Una parte della critica esulta: finalmente uno slasher che non fa sconti, che non tiene il pubblico per mano, che torna alle radici più crude del genere. L’altra parte storce il naso: troppo derivativo, troppo ancorato a modelli già visti, privo di idee originali oltre all’estetica.
Eppure, che lo si ami o lo si odi, DOLLY sta già diventando una piccola leggenda del circuito horror. Alcune sequenze descritte da spettatori alle prime proiezioni come difficili da sostenere sembrano destinate a entrare nella memoria collettiva degli appassionati del genere. Ed è esattamente quello che un certo tipo di horror dovrebbe fare.
La data di uscita in Italia ancora non è stat annunciata, ma visto come stanno andando le cose per il film, l’attesa forse potrebbe essere più breve del previsto.






