Frankenstein – 2025 di Guillermo del Toro

Il nuovo Frankenstein di Guillermo del Toro è riconoscibile fin dal primo fotogramma. Ogni inquadratura, ogni gesto, ogni dettaglio trasuda la sua firma.
Del Toro trasforma il mito di Mary Shelley in qualcosa di personale, una storia di padri e figli, di amanti e reietti e di uomini che scoprono di essere i veri mostri. Le sue creature cercano di capire un mondo che nemmeno i loro creatori hanno mai compreso del tutto. Lo scheletro è quello di Shelley ma il corpo esterno è di del Toro.

Del Toro, rispetto al romanzo originale, sposta l’azione di circa sessant’anni avanti: nell’Inghilterra vittoriana e poi nel cuore dell’Europa.
La cronologia storica è volutamente sfumata e a tratti persino fantastica ma questa libertà serve a dare respiro alla sua visione. Alcuni passaggi vengono semplificati altri trasformati ma il cuore della storia resta intatto.

Il film si apre con la nave del Capitano Anderson (Lars Mikkelsen) intrappolata nei ghiacci del Polo Nord. Da lontano, un bagliore, poi un uomo ferito: il dottor Victor Frankenstein (Oscar Isaac), ormai morente. È lui a raccontare la sua storia: un’infanzia felice, la perdita devastante della madre, il desiderio di sfidare la morte e con essa Dio.
Respinto dall’establishment scientifico, trova un alleato in Herr Harlander (Christoph Waltz), un mercante d’armi la cui nipote Elizabeth (Mia Goth) è promessa sposa al fratello di Victor, William (Felix Kammerer). Finanziato da Harlander, Victor prosegue la sua ossessione.
Fino alla notte in cui l’impensabile accade: un corpo ricomposto da frammenti di cadaveri si anima sotto una tempesta elettrica. È la nascita della Creatura (Jacob Elordi).

Guillermo del Toro evita la goffaggine semi-muta di tante versioni precedenti. La sua Creatura pensa, parla, riflette anche se con lentezza come un bambino che impara il linguaggio del mondo.
Inoltre Elordi con i suoi 1,95 metri è imponente e fragile una presenza quasi angelica. All’inizio si muove come un neonato, poi come un animale ferito, infine come un uomo tormentato. La sua metamorfosi è una rivelazione e il trucco prostetico con la pelle dal pallore bluastra della morte lo rende inquietante e al tempo stesso bellissimo.

Oscar Isaac nei panni di Victor è altrettanto intenso: un creatore travolto dall’euforia e dal rimorso, un padre incapace di amare ciò che ha generato. La loro relazione diventa il cuore del film un sodalizio di desiderio e distruzione.

Ogni atto di violenza è mostrato con crudezza, ma dietro c’è sempre un senso di pietà.
Ci sono momenti così duri da distogliere lo sguardo, e altri talmente belli da volerli guardare per sempre. È il del Toro de Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua: dove il mostro e il miracolo si toccano.

Nel finale offre una chiusura più tenera di quella di Shelley. È una conclusione che parla di perdono, compassione e riconciliazione.
Dopotutto Frankenstein è una storia sul sentirsi perduti in un mondo crudele e sulla scelta difficile ma necessaria di continuare a vivere.

Qualche nota di critica però la si deve muovere sulla questione di ritmo: con i suoi quasi 150 minuti di durata il film alterna momenti di altissima tensione e pathos a lunghe pause contemplative dove l’estetica prende il sopravvento sulla narrazione. Non è tanto un problema di lentezza in sé ma di bilanciamento: Frankenstein probabilmente è pensato e costruito come un respiro profondo un movimento costante tra vita e morte ma a tratti questo respiro si fa troppo lungo, quasi trattenuto.

Che siate puristi del romanzo o amanti del cinema visionario, questo Frankenstein non vi lascerà indifferenti. È un’opera gotica, romantica, spietata e compassionevole.
Un film che ci ricorda ancora una volta che la mostruosità più grande è forse quella di chi crea e poi rifiuta ciò che ha generato.

Andrea Cardinale
Andrea Cardinale
Designer nel campo della grafica e del video con da sempre la passione per il cinema horror, i film slasher e i cattivi dei film. La serata ideale divano, gatto, cibo e film horror
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